Dalla stampa locale

Quel terremoto remoto che durò 4 anni

La Nuova Ferrara del 15/04/2013  ed. Nazionale  p. 3

All’Archivio di Stato la mostra con i documenti che rivivono quel dramma evocato da tante opere letterarie

FERRARA. Quando il mio letto ha cominciato a ballare, quasi all’alba del 20 maggio 2012, ho pensato subito al terremoto del 1570. Ai disastri che dal novembre di quell’anno remoto si produssero lungo mesi e anni per la persistenza delle scosse. A parte il prolungarsi infinito dei tremori percepibili, che a noi è stato risparmiato, le cronache dell’epoca riportano quasi esattamente i medesimi effetti dirompenti del caso sul patrimonio edilizio di Ferrara, le stesse sensazioni della popolazione vissuti da noi. Ognuno reagì a modo proprio, talvolta con risultati creativi. Azariah de’ Rossi da Mantova, intellettuale ebreo presente a Ferrara in quei giorni, scrisse nell’opera Me’or ‘Enayin (La luce degli occhi) che il sisma, ben profilato nel suo libro, lo spinse a cercare conforto nelle lettere. Così, durante i primi terribili mesi si applicò, per distrarsi, allo studio e alla traduzione della Lettera di Aristea, il primo documento (II sec.d.C.) relativo alle origini della Bibbia greca dei Settanta, che un giovane studioso ferrarese cristiano gli aveva fatto conoscere. Invece Luzzasco Luzzaschi, musicista e virtuoso d’organo di talento impagabile, ci offre la colonna sonora del terremoto, perché incluse nel suo Primo Libro de’ Madrigali a cinque voci (edito a Ferrara da Francesco de’ Rossi nel 1571, quando ancora la terra continuava a tremare) una composizione (n.13) che si riferisce ai sismi che lo terrorizzarono, tuttora eseguita, dal titolo Per secreto divin alto consiglio. Il testo recita tra l’altro: S’oscura il mondo, e la terrestre mole/ Tutta si scuote, il cieco abisso trema,/Piange natura, e ‘l duro marmo spezza;/Risorgon l’alm’ al tramontar del Sole/Ché sul tronco vermiglio a morte scema/L’ardir, l’orgoglio, il fast’ e la durezza. Pur nello scoramento, intraprendenza e coraggio per tornare alla normalità non mancarono allora, così come oggi. E un tassello importante di questa ripresa è stata anche la recente riapertura dell’Archivio di Stato di Ferrara, che ha sede in Palazzo Penna-Borghi di corso Giovecca, conciato male dal terremoto ma coraggiosamente recuperato in una sua ala. Chi prima d’oggi frequentava le sue sale sa che, malgrado gli sforzi davvero sovrumani di chi ci lavora, la struttura aveva già da prima del 20 maggio un bisogno notevole di lavori di ogni tipo, per essere più funzionale e salvaguardare al meglio il patrimonio archivistico e la struttura stessa dell’edificio, offrendo moderni servizi agli utenti, quasi tutti specialisti esigentissimi e pignoli. “Grazie” al terremoto, oggi abbiamo un miglioramento della situazione preesistente, sebbene ancora a ranghi ridotti e con spazi minimi. Nelle sale restaurate possiamo visitare una interessante mostra che ha un titolo in italo-ferrarese del tempo, Per restaurare in più luochi alcuni difeti causati dal taramoto. L’ha curata Laura Graziani Secchieri, con la collaborazione della direttrice dell’Archivio, Loretta Vancini, e di altre brave collaboratrici (tutte donne, almeno qui) dell’istituzione cittadina. Laura Graziani Secchieri ha anche scritto una interessante pubblicazione che accompagna la mostra, spartana e smilza nell’aspetto ma davvero ponderosa per i contenuti. È un viaggio (“allucinante”, direbbero i cinefili) documentatissimo e denso, nelle spaventose conseguenze del terremoto del 1570 e porta lo stesso titolo della mostra. Non si tratta di un elaborato di taglio didattico, ma decisamente scientifico e talora molto complesso. Le notizie in esso riportate integrano un piccolo gruppo di carte manoscritte presenti nei depositi, ed esposte al pubblico, che derivano dall’Archivio Notarile Antico. In questi atti, regestati dalla curatrice, si parla diffusamente delle conseguenze del terremoto: vi sono vendite, suppliche, rescritti e rogiti vari, tutti inerenti il tema della città “conquassata”. Per la mostra è stata preparata anche una seconda pubblicazione, della collana Quaderni dell’Archivio di Stato (n.6), intitolata programmaticamente L’Archivio dov’era ma non come era, curata ancora da Laura Graziani Secchieri, con scritti di diversi esperti e puntata soprattutto su Palazzo Penna-Borghi, la sede dell’Archivio ricca di storia e particolarità. Una di queste riguarda il fatto che allo scadere della seconda metà del Cinquecento qui si giocava “alla racchetta” in un grande ambiente ora perduto, dalle pareti nere (delle quali è rimasto pure un lacerto che è emerso dai lavori recenti) per vedere meglio la palla, e dove c’erano anche “poggioli” per gli spettatori: per un lungo periodo la sala, aperta ogni giorno e dotata di spogliatoio e saletta di ristoro, fu gestita dal maestro Sartone, racchettiere ducale. Ferrara fu una delle prime città dove si giocasse a tale sport che anticipava il moderno tennis, e la cosa curiosa è che la sala della racchetta di questo edificio privato, che si affittava, era liberamente frequentata senza discriminazioni da tutti coloro che risiedevano a Ferrara o vi erano domiciliati, e anche da molti ebrei, che assistevano e forse giocavano alla racchetta e alla “palletta”. La mostra è visitabile in Archivio di Stato, corso Giovecca 146, fino al 27 aprile. Accessibile ai disabili. Ingresso gratuito, con prenotazione obbligatoria, visita guidata a richiesta e orario da concordare allo 0532-206668, oppure email : as-fe@benicilturali.it. Fino al 27 aprile 2013.

(Micaela Torboli)

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